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Decina 2024, presentato “Una minima infelicità” di Carmen VerdeFeatured

Sabato 23 marzo, nella sede della Fondazione Premio Sila ’49, in via Salita Liceo, nel centro storico di Cosenza, Carmen Verde ha presentato il suo romanzo “Una minima infelicità”. A dialogare con l’autrice, Elena Giorgiana Mirabelli, scrittrice e docente di corsi di scrittura, anche per la Scuola Holden diretta da Alessandro Baricco, e Gemma Cestari, la direttrice del Premio Sila

 

Sala gremita, pubblico attentissimo e partecipativo. Sabato scorso, nella sede della Fondazione, si è consumata in un’atmosfera molto coinvolgente, la presentazione del primo romanzo della Decina 2024 del Premio Sila ’49. In primo piano, il romanzo “Una minima infelicità”. A far da prologo, l’introduzione dalla direttrice del Premio, Gemma Cestari. Di seguito, la parola è passata alla scrittrice cosentina Elena Giorgiana Mirabelli che ha dialogato con Carmen Verde, l’autrice del libro, già candidato al Premio Strega 2023.

Le atmosfere del libro di Carmen – ha sottolineato Gemma Cestari nel suo intervento introduttivo – mi hanno riportato a certa narrativa di Giorgio Bassani, Piero Chiara, Goffredo Parise, perché c’è un altro protagonista, oltre a questa famiglia infelicissima. Un protagonista pesantissimo: il giudizio della comunità di provincia. Che è così pesante, rispetto alle dinamiche familiari apparentemente intime, che a un certo punto entra fisicamente nel romanzo attraverso la cattivissima domestica che governa le loro vite facendo del male a madre e a figli. Con loro a lasciarsi far del male. E qui arrivano ancora altre suggestioni che mi riportano a quello che viene dal mondo delle favole. Ché è proprio il nucleo incandescente del romanzo: Annetta è una donna di piccolissima statura che non crescerà mai, cioè continuerà a rimanere piccola. La prima cosa a cui penso è Pollicino, ma ci sono tante altre cose delle favole, appunto la governante cattivissima, la nonna pazza, il castello…”.

Elena Giorgiana Mirabelli ha sottolineato come il libro sia stratificato ovvero “ci siano tantissimi livelli di lettura e quando a volte questi livelli sono più o meno evidenti, alcuni sono profondissimi e li comprendi soltanto dopo esserci ritornato a una seconda lettura. Ti risuonano diversamente. Queste parole – ha continuato – sono inquadratura, dettagli, piccolezza, linea femminile e quindi risuona la linea femminile, l’infelicità che è evidente fin dal titolo, ma c’è anche corpo, perché è un libro dove parlano i corpi, dove sono infelici i corpi, in diverse sfaccettature e in tante diverse declinazioni”.

Carmen Verde ha poi raccontato come ha lavorato per scrivere il suo romanzo. “Ero alle prese con l’infelicità – ha detto – che ho messo addirittura nel titolo, e sapevo di muovermi in un terreno poco sicuro, ma ritengo che sia una questione profondamente letteraria. Intanto perché non è uguale per tutti, e la parola è uguale, e questo potrebbe indurci nell’errore di considerare che l’emozione sottostante sia uguale, invece no, perché ognuno di noi è diversissimo nell’infelicità. L’infelicità è singolare, quello che ci rende singolarissimi. E l’altra cosa è che la parola infelicità non comunica nessuna infelicità, la parola sofferenza, nessuna sofferenza. E allora, in un libro fatto di parole, come tradurre in un libro un sentimento così complesso? L’idea che mi sono fatta è che facciamo esperienza di alcune cose concrete, di alcune situazioni, cioè non è che facciamo esperienza del sentimento dell’infelicità nel suo complesso, ma arrivano delle situazioni in cui questo accade…”.

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Carmen Verde
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Dieci libri da presentare. Dieci autori incontrano il pubblico. Si inizia sabato 23 marzo con Carmen VerdeFeatured

Inizia il rendez-vous della Decina 2024 del Premio Sila ‘49. Sabato 23 marzo alle 18, nella sede della Fondazione del Premio, in via Salita Liceo, cuore del centro storico di Cosenza, ci attende il primo appuntamento con la presentazione della Decina 2024, i dieci libri selezionati dalla giuria del Premio che concorrono per aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento letterario.

Sabato 23 marzo, tocca a Carmen Verde che presenta il suo romanzo “Una minima infelicità” (Neri Pozza editore), la storia intensa di una figlia vissuta sempre all’ombra di una madre bella, elegante e sofisticata che si vergogna di lei per la sua piccola statura. E a cui, Annette, la ragazzina, poi adulta, si dedica facendo tante rinunce.

A dialogare con l’autrice, Elena Giorgiana Mirabelli, scrittrice e collaboratrice della Scuola Holden, diretta da Alessandro Baricco.

 

LA SCHEDA DEL LIBRO

Una minima infelicità (Neri Pozza editore)

È un romanzo vertiginoso. Una nave in bottiglia che non si può smettere di ammirare. Annetta racconta la sua vita vissuta all’ombra della madre, Sofia Vivier. Bella, inquieta, elegante, Sofia si vergogna del corpo della figlia perché è scandalosamente minuto. Una petite che non cresce, che resta alta come una bambina. Chiusa nel sacrario della sua casa, Annetta fugge la rozzezza del mondo di fuori, rispetto al quale si sente inadeguata. A sua insaputa, però, il declino lavora in segreto. È l’arrivo di Clara Bigi, una domestica crudele, capace di imporle regole rigide e insensate, a introdurre il primo elemento di discontinuità nella vita familiare. Il padre, Antonio Baldini, ricco commerciante di tessuti, cede a quella donna il controllo della sua vita domestica. Clara Bigi diventa così il guardiano di Annetta, arrivando a sorvegliarne anche le letture. La morte improvvisa del padre è per Annetta l’approdo brusco all’età adulta. Dimentica di sé, decide di rivolgere le sue cure soltanto alla madre, fino ad accudirne la bellezza sfiorita. Allenata dal suo stesso corpo alla rinuncia, coltiva con ostinazione il suo istinto alla diminuzione. Ogni pagina di questo romanzo ci mostra cosa significhi davvero saper narrare utilizzando una lingua magnifica che ci ipnotizza, ci costringe ad arrivare all’ultima pagina, come un naufragio desiderato. Questo libro è il miracolo di una scrittrice che segna un nuovo confine nella narrativa di questi anni.

 

CARMEN VERDE

Nata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, l’autrice vive a Roma. Ha pubblicato diversi racconti con Nottetempo, Babbomorto editore, Cadillac e Succedeoggi, e Tapirulan (Sjette). Nel 2018 è stata segnalata come autrice dal Premio Calvino. Nel 2022 ha pubblicato per Neri Pozza, il suo primo romanzo, “Una minima infelicità”, candidato al Premio Strega 2023 e nella Decina 2024 del Premio Sila ‘49.

 

ELENA GIORGIANA MIRABELLI

Cosentina di nascita, Elena Giorgiana è laureata in Filosofia, ha un PhD palermitano in tasca e il diploma della Holden nel cuore. È tra i fondatori di Arcadia book&service, agenzia di servizi editoriali di Cosenza ed è redattrice della rivista Narrandom. Configurazione Tundra (Tunué, 2020) è il suo primo romanzo.

Altri suoi lavori sono apparsi in Nuvole Corsare (Caffèorchidea, 2020), L’ultimo sesso al tempo della peste (Neo Edizioni, 2020) e Human/. Corpi ibridi, mutanti e fluidi nell’universo del possibile (Moscabianca Edizioni, 2021). Maizo, novella per la collana 42 Nodi (Zona 42) è il suo ultimo lavoro. Ordisce trame, anche con la lana.

 

 

 

 

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Premio Sila ’49, annunciata la cinquina finalista della sezione letteratura. Firma il manifesto della decima edizione l’artista Natino Chirico. Il presidente Paolini: «Cerimonia conclusiva a marzo 2022 e lectio magistralis di Tomaso Montanari per celebrare gli 800 anni del Duomo di Cosenza»Featured

COSENZA – Sono Marco Balzano con “Quando tornerò” (Einaudi), Domenico Dara con “Malinverno” (Feltrinelli), Mario Fortunato con “Sud” (Bompiani), Nicola Lagioia con “La città dei vivi” (Einaudi) e Paolo Nori con “Sanguina ancora” (Mondadori) i cinque finalisti, per la sezione Letteratura, della decima edizione del Premio Sila ’49.

A darne comunicazione, questa mattina, martedì 30 novembre 2021, nella sede del centro storico bruzio della Fondazione Premio Sila, il suo presidente Enzo Paolini, la direttrice del Sila Gemma Cestari e il giurato Valerio Magrelli.

Contestualmente allo svelamento dei libri e degli autori in parola, ulteriori le notizie trasmesse nel corso dell’incontro. «La cerimonia finale del Sila ’49 – dichiara non a caso Paolini – si terrà nel mese di marzo 2022 e ciò per mere ragioni di prudenza e sicurezza, date le cronache poco rassicuranti in merito all’emergenza sanitaria da Covid-19. Sarebbe irresponsabile organizzare un grande evento in un periodo di questo tipo, segnato ancora da timori e necessità di agire con cautela. Circa, invece – aggiunge il presidente della Fondazione Premio Sila -, il manifesto che quest’anno accompagnerà le battute finali della nostra manifestazione, si può dire che è il raffinato artista Natino Chirico, calabrese di nascita ma romano d’adozione, a firmarlo. L’opera, intitolata “Insieme”, ha un forte impatto empatico: su uno sfondo rosso accesso pone, infatti, due figure umane ispirate al tuffatore di Paestum nell’atto, secondo la libera interpretazione di ciascuno, di tuffarsi, chissà, nel mare della immaginazione, della letteratura, del mondo fantastico, poetico e suggestivo della cultura. Ultima comunicazione – conclude Paolini – è poi quella relativa alla lectio magistralis che, durante i giorni dedicati per l’appunto alla premiazione finale, il giurato e storico dell’arte Tomaso Montanari terrà sul sagrato del Duomo di Cosenza in occasione del relativo ottavo centenario».

Dalla direttrice Cestari arrivano, invece, i ringraziamenti per i ragazzi delle scuole del territorio che, con passione e costanza, hanno attivamente seguito fasi e incontri del Premio stesso. «Una presenza, quella dei giovani – afferma Gemma Cestari -, che ci riempie di gioia e di orgoglio e per la quale ringraziamo gli allievi del liceo linguistico Lucrezia Della Valle, coordinati dalle docenti Vincenza Costantino, Antonietta Cozza e Silvia Vitale, e, ancora, gli 85 giovani del liceo classico Telesio, guidati dalla professoressa Rosanna Tedesco».

È Magrelli, infine, a illustrare la cinquina: «Se Balzano con la sua opera riesce a parlarci dell’emigrazione dolorosa di chi lascia la patria per lavorare all’estero e in particolare delle madri che lasciano i figli per prendersi cura di qualcun altro, Domenico Dara restituisce atmosfere magiche e misteriose attraverso la storia del bibliotecario Astolfo Malinverno e quella del paese fantastico di Timpanara. Con Mario Fortunato, inoltre, si ha la possibilità di leggere una saga del Meridione che ha al centro Valentino, un giovane del Sud che va via con la volontà di non voltarsi più indietro: il passato, come nel mito di Orfeo ed Euridice, lo obbligherà tuttavia a girarsi, se non altro in un ritorno mentale. Infine, Nicola Lagioia, scegliendo di raccontare una delle più tremende e inspiegabili tragedie italiane degli ultimi anni, riesce a collocarsi nel filone a cui già appartengono Truman Capote con “A sangue freddo” e Emmanuel Carrère con “L’avversario”; e Paolo Nori ripercorre la vita di Dostoevskij attraverso la propria, evidenziando come ogni lettore venga “ferito” dai capolavori poetici e narrativi».

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Da Proust a Marquez, ecco il “Sud” di Mario Fortunato L’autore ha presentato il suo romanzo ieri, nella sede del centro storico della Fondazione Premio Sila

Si è tenuto ieri, mercoledì 3 novembre, l’ultimo incontro della decina 2021 del Premio Sila. Nella sede di Cosenza Vecchia della Fondazione presieduta da Enzo Paolini è stato, infatti, presentato Sud (Bompiani) di Mario Fortunato: lo scrittore e giornalista, collegato in streaming, della sua opera su una storia di famiglia che abbraccia tutto il Novecento coincidendo in definitiva con quella che è la storia d’Italia, ha parlato con la direttrice del Premio Gemma Cestari e con il docente dell’Università della Calabria Battista Sangineto.

«Sud – ha affermato l’autore – è una vicenda piuttosto autobiografica, dove tuttavia i luoghi non vengono nominati per far sì che il lettore nelle pagine si riconosca e proietti se stesso. Sono andato via dalla Calabria dopo il liceo – ha aggiunto Fortunato – come vanno via i ragazzi, col bagaglio leggero e la voglia di scoprire e creare il mondo. Solo a distanza di quarant’anni, quando anche l’ultima persona che mi legava a quel sud è venuta meno, ho deciso di fare i conti con un mondo che avevo tralasciato, ma mai dimenticato».

Più di un’ora in cui ieri, dunque, si è discusso di radici, distacchi, allontanamenti e separazioni, mondi magici e mitici, «lontani – hanno fatto notare i relatori dell’incontro in riferimento al libro – da quei cliché che spesso sul sud e sulla Calabria in particolare vengono propinati».

«Ho cercato di raccontare un sud – ha, non a caso, ribattuto Fortunato – distante dagli schemi sociologici classici e da quella frequente tendenza a parlare solo di ‘ndrangheta o questioni analoghe. Il sud è anche altro e dunque ho fatto luce su una famiglia borghese, capace di aprirsi al mondo; le cui vicende, come si accennava, risultano ben intrecciate con quello che è accaduto in Italia nell’arco di cinquant’anni».

In ultimo, il focus sui libri e su quella letteratura a cui Fortunato è legato e da cui, pertanto, consapevolmente o inconsapevolmente è stato influenzato per la stesura del romanzo: «Proust con la Recherche è qualcosa di per me nodale, sebbene i recensori abbiano spesso accostato Sud a Cent’anni di solitudine di Marquez, cosa che mi ha reso davvero entusiasta». D’altronde, come tutte le famiglie felici, anche tutti i sud del mondo si somigliano. E, così, da Macondo alla Calabria possono continuare a riaffiorare quei ricordi mai scomparsi, delicatamente custoditi nell’inconscio.

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Inaugurata, a Camigliatello, la seconda sede della Fondazione Premio Sila ’49. Il presidente Paolini: «Un luogo di incontro e confronto per valorizzare l’anima del territorio» A seguito dell’evento, la presentazione di “Italiana” (Mondadori) di Giuseppe Catozzella, libro in decina 2021Featured

Un giorno importante per la Fondazione Premio Sila. Domenica 31 ottobre è stata inaugurata, a Camigliatello, la sua seconda sede che, dunque, si aggiunge a quella che sorge nel cuore del centro storico bruzio: entrambe rappresenteranno un vero e proprio presidio culturale, atto a coinvolgere, sempre più, la comunità, creando occasioni di scambio e dialogo. Lo ha, del resto, sottolineato il presidente della Fondazione, Enzo Paolini, nel corso dell’evento.

«La seconda sede della Fondazione, che oggi (domenica 31 ottobre, ndr) inauguriamo – ha affermato -, nasce nella casa del compianto Faust D’Andrea, grazie pure alla sensibilità dei suoi familiari: un luogo che continuerà a essere ciò che è sempre stato e, cioè, un punto d’incontro tra amici, di confronto e convivialità. Oltre a ringraziare – ha aggiunto Paolini – tutti coloro che hanno reso possibile aprire le porte di questa nuova sede, tra cui l’architetto Argia Morcavallo, mi preme ancora dire quanto questo posto possa rappresentare il luogo naturale per valorizzare la nostra identità: gli alberi, le pietre, i paesaggi e l’anima tutta della Sila all’interno dei quali si continuerà a fare, a ripartire anzi, dai libri e dalla cultura». Presente all’inaugurazione anche il sindaco di Spezzano della Sila e Camigliatello Salvatore Monaco che, a proposito della nuova sede della Fondazione, ha mostrato tutto il suo entusiasmo: «Si tratta sul serio di un presidio di cultura fondamentale per la comunità, ed è pure l’avvio di un percorso, all’insegna della riqualificazione del territorio, che porterà grandi frutti».

Dopo il taglio del nastro, si è, inoltre, tenuta la presentazione di Italiana, il libro di Giuseppe Catozzella, edito da Mondadori, rientrante nella decina 2021 del Premio e riguardante la casolese Maria Oliverio, detta Ciccilla, prima brigantessa a combattere per la libertà, sui monti della Sila. Con l’autore, alla presenza di un foltissimo pubblico, hanno, ancora, dialogato il presidente della Fondazione Enzo Paolini e la direttrice del Premio Gemma Cestari.

«Sono emozionato, è la prima volta che torno in Sila dopo l’uscita del mio romanzo – ha detto Catozzella -. Un romanzo dove realtà storica e verità letteraria diventano una cosa sola e che, attraverso la voce di Ciccilla, cerca di raccontare un intero Paese, o meglio come si è giunti ad essere un Paese unito, nonché il momento in cui tutti, tutte le classi sociali s’intende, hanno sognato di costruire un territorio giusto, emancipato e moderno. Per scrivere il libro – ha proseguito l’autore – sono stati fondamentali i racconti di mia nonna, essendo io figlio di genitori meridionali emigrati a Milano, i miei studi sulla storia d’Italia e, ancora, i contributi dello storico locale Peppino Curcio, grazie al quale ho potuto studiare le carte giudiziarie riguardanti Ciccilla. Ecco, attraverso la storia di Maria Oliverio e anche quella del brigante Pietro Monaco, attraverso la loro vicenda che, oltre ad essere politica, è pure una vicenda d’amore, di tradimenti e di speranza, ho cercato di raccontare ciò che i libri, su un dato periodo storico, non raccontano. Sullo sfondo, poi – ha concluso -, i boschi calabresi, quelli che hanno ammaliato Alexandre Dumas, tanto da pensare che la sua Sherwood, quella di Robin Hood, sia la Sila, ma anche quelli dei miei ricordi d’infanzia e, dunque, del mito».

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Marco Balzano, tra gli applausi del pubblico del Sila ’49, presenta il suo ultimo romanzo, Quando tornerò: «Una storia civile, per dare dignità ai milioni di donne che emigrano verso l’Occidente per prendersi cura di noi»Featured

Quattro volte finalista al Premio Sila ’49, Marco Balzano torna a Cosenza per presentare il suo ultimo romanzo, Quando tornerò, edito da Einaudi e incentrato sulla storia di Daniela – donna dell’Est, costretta a lasciare tutto per fare fortuna, ricoprendo il ruolo di badante, in Italia – e dei suoi figli, i cosiddetti orfani bianchi, che vivono quel dramma dell’abbandono sui cui molto spesso il mondo altro tace.

Dell’opera, non a caso nella decina 2021 del Sila, si è parlato ieri pomeriggio, sabato 16 ottobre, all’Officina delle Arti di Eduardo Tarsia, nel cuore, dunque, del centro storico bruzio. Introdotto dalla direttrice del Premio Gemma Cestari e incalzato dalle domande della docente di filosofia Viviana Andreotti e del giornalista e scrittore Pier Paolo De Salvo, Balzano ha raccontato al folto pubblico – presente in sala anche il presidente della Fondazione Premio Sila Enzo Paolini – i motivi sottesi a Quando tornerò, il percorso di scrittura intrapreso, i viaggi compiuti in Romania per poter meglio comprendere un fenomeno che riguarda tutti e non dovrebbe lasciare nessuno indifferente.

«Esiste un esercito di donne di cui non si parla mai; donne che sono indispensabili a che noi possiamo mantenere i ritmi di vita a cui siamo abituati, donne, milioni di donne, che si spostano dai Paesi meno ricchi verso l’Occidente per prendersi cura dei nostri cari, lasciando a se stesse le proprie famiglie – ha detto Balzano -. E il motivo per cui emigrano è principalmente quello di emancipare i loro figli, di dargli una speranza di futuro; nel farlo pagano un prezzo altissimo. La letteratura, pertanto, può aiutare a fare luce sul “dietro le quinte”, su storie di cui si discetta solo quando diventano casi di cronaca, oppure in maniera del tutto stereotipata».

Poi la discussione si è pure spostata sulle parole usate dall’autore per comporre il suo romanzo, parole che vengono pronunciate da Daniela, la madre, da Manuel, il figlio, e da Angelica, la primogenita, secondo un meccanismo corale, dove i diversi punti di vista si intrecciano, fornendo al lettore un quadro chiaro e completo sulla questione affrontata. «Ho raccontato una famiglia – ha dichiarato ancora Balzano -. Se Daniela una notte parte per Milano senza salutare nessuno, e lo fa solo per amore dei suoi figli, Manuel non la vede così, secondo lui la madre lo ha irrimediabilmente abbandonato. Il libro è quindi una scacchiera, si delineano quelle che sono le conseguenze delle azioni di tutti e il modo in cui vengono percepite dagli altri».

Libro che diventerà presto un film, «a cui – rivela Balzano al pubblico del Sila – sto lavorando insieme al regista e allo sceneggiatore». In ultimo, sempre riferendosi a quest’opera riguardante il prendersi cura, il desiderio di andare e di tornare, tra coraggio, nostalgia e senso di colpa, l’autore, prima di dedicarsi al firmacopie (moltissimi gli studenti partecipanti all’incontro), ha così concluso: «Con Quando tornerò volevo davvero dare un significato diverso alle parole, che sono importanti. Parlare di badanti, quasi in modo dispregiativo, non ci fa capire, umanamente, quale sia la loro storia. Quindi sì, da questo punto di vista, il mio libro è un romanzo a dimensione civile e politica».

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«Quando la letteratura chiama in causa il lettore». Gilda Policastro presenta La parte di Malvasia al Museo del Presente di RendeFeatured

«Un romanzo sorprendente, un romanzo che ha trovato il favore dei critici, un romanzo che a buon ragione è stato definito geniale». Con queste parole, Gemma Cestari, direttrice del Premio Sila ’49, ha avviato la presentazione de La parte di Malvasia (La nave di Teseo) di Gilda Policastro che, ieri, martedì 12 ottobre, ha incontrato i lettori negli spazi del Museo del Presente di Rende.

In conversazione, oltre che con Cestari, con la docente Unical Ines Crispini, Policastro ha illustrato i punti salienti del suo romanzo – l’opera fa parte della decina 2021 del Premio -, partendo dalla lettura di alcune sue pagine. «La parte di Malvasia – ha dichiarato l’autrice – risponde alla particolare necessità di incontrare il lettore e collaborare con lui per la costruzione del senso».

Ecco perché, verrebbe da dire, il romanzo, dove più voci si intrecciano, rappresenta una sfida nei confronti di chi legge: se risulta inizialmente un noir, subito dopo stravolge qualsiasi certezza, trasformandosi in un volume che indaga sui temi della morte, della perdita, del distacco, della separazione da una persona cara. «Si capisce che La parte di Malvasia non sia un noir – chiosa Policastro -, nonostante la sua fascetta sia a firma di Maurizio De Giovanni, perché il lettore, dopo la lettura delle relative prime pagine, non vorrà rispondere alla domanda “Chi ha ucciso Malvasia?” (Malvasia è, per l’appunto, la donna che viene trovata morta, ndr), bensì alle seguenti: “Perché è morta Malvasia? Perché si muore?».

E nel libro, non solo i temi affrontati, anche la parola – la composizione è più vicina alla poesia che alla scrittura in prosa e poi rappresenta un’immersione nella vita attraverso la proposizione di frammenti di frasi – ha un portato profondissimo. «Per me – ha aggiunto Gilda Policastro – la scrittura non è al servizio della storia; è il contrario: sono le parole a far succedere le cose. Questa è una mia presa di posizione, un modo come un altro per sottolineare quanto sia importante che oggi anche i romanzi, al pari di tutte le altre forme d’arte, si incarichino di analizzare i linguaggi contemporanei».

In ultimo, come rilevato dalle relatrici Cestari e Crispini, «non mancano tra le pagine de La parte di Malvasia, benché si tratti di una storia di morte, humour, ironia e tic linguistici che alleggeriscono la stessa lettura del libro» e, ancora, una consapevolezza finale; quella consapevolezza, secondo la quale Malvasia non possa che rappresentare una ramificazione di storie, di molte vite.

Lo ha confermato, a conclusione dell’incontro – a cui hanno pure partecipato il presidente della Fondazione Premio Sila Enzo Paolini e l’assessore alla cultura del Comune di Rende Marta Petrusewicz – l’autrice. «Ho concepito il personaggio di Malvasia – ha affermato Gilda Policastro -, quando un giorno ho ritrovato all’interno di un cassetto un appunto scritto da mia madre e ho pensato che con la sua sparizione fossero spariti anche degli aspetti concreti: la sua voce non c’era più, si era persa la sua grafia e tanti altri elementi materiali. Pertanto – ha concluso -, con la mia scrittura, ho voluto restituirle, e restituire in generale, un po’ di vita in più».

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«Con questo romanzo si accetta ciò che siamo stati. E ci si prende cura del passato». Andrea Bajani presenta Il libro delle case al pubblico del Premio Sila ‘49Featured

Incontro online per Il libro delle case (Feltrinelli, 2021) di Andrea Bajani. L’autore ha infatti presentato il suo romanzo, nella rosa dei dieci libri selezionati per il Premio Sila ’49, collegato da Houston, in Texas. A dialogare con lui, nel pomeriggio di ieri, venerdì 8 ottobre, dalla sede della Fondazione Premio Sila, lo storico dello spettacolo e studioso della cultura di massa Ugo G. Caruso. Gemma Cestari, direttrice del Sila, ha invece moderato l’evento, avviando, in particolare, la discussione su «questo libro enigmatico, dove la voce narrante osserva l’Io mentre ha a che fare con le case che abita e che ha abitato e con diversi quadri domestici; un libro che manifesta un grande amore per le parole».

E sono poi proprio le parole di Caruso – che passa in rassegna gli aspetti più significativi de Il libro delle case, evocando pure film, romanzi e sì il grande Antonio Tabucchi – a fare in modo che Bajani racconti la sua opera, racconti la sua scrittura, la sua prosa quasi fatta di poesia. «Leggere il suo romanzo dà l’impressione che lei abbia voluto ricercare il filo che lega tutta la sua vita. Dopo tale ricognizione, cosa l’ha sorpresa maggiormente?», chiede, per l’appunto, il relatore. È qui che Bajani scopre le carte della letteratura e al pubblico del Premio spiega: «Mi ha sorpreso la scoperta relativa all’accettazione di quello che siamo stati. È stato bello, capitolo dopo capitolo, prendersi cura dei noi del passato; perché noi non siamo soltanto uno, bensì un puzzle di persone e comprendere che, ad esempio, il me di otto anni rimarrà eterno è stato significativo. Il libro delle case, dove le case sono un modo per visualizzare il tempo, è l’opera più complessa che ho scritto, quella per cui ho impiegato più tempo, quella dove ho raccontato tutto e che è nata quando mi è venuta voglia di andare a visitare l’appartamento in cui ho vissuto da piccolo. Credo che volessi che, in quel momento, si accendesse la speranza di potermi incontrare bambino».

Tuttavia, si tratta anche «di un libro politico, un libro – aggiunge l’autore – sull’urbanistica, un libro che vuole sottolineare che dentro le case ci sono le vite delle persone; non solo delle persone che la abitano, ma anche dell’operaio che l’ha costruita fino ad arrivare all’individuo che ha il potere di gestione, che deve, cioè, decidere il modo in cui le persone devono vivere. Ecco che la gestione pubblica diventa gestione della felicità e dell’infelicità delle persone e che dire io coincide con dire quartiere, città, mondo».

Entusiasti, dunque, i partecipanti all’incontro che, tramite le parole di Andrea Bajani, hanno potuto compiere, nuovamente, un viaggio nel mondo della letteratura, ma anche dentro se stessi.

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«Riconoscersi nei libri del passato? Con Dostoevskij è possibile». Paolo Nori presenta Sanguina ancora, tra i romanzi della decina 2021 del Premio Sila

«Un romanzo anomalo, un romanzo sull’avventurosa vita di Fëdor Dostoevskij ma anche sull’amore per la letteratura e per quei libri che, seppur scritti centocinquanta anni fa, ancora ci parlano e ci dicono qualcosa sulla nostra vita, su ciò che siamo stati, su ciò che siamo». La direttrice del Premio Sila ’49 Gemma Cestari introduce con queste parole Sanguina ancora (Mondadori), tra i libri della decina 2021, alla presenza del ricercatore Unical Daniele Garritano e dell’autore del volume stesso Paolo Nori.

Negli spazi del Museo del Presente di Rende (la presentazione è stata non a caso organizzata in collaborazione al Settembre Rendese), va, dunque, in scena un dibattito a più voci che mette al centro non solo la vita e i demoni dello scrittore russo di cui, oggi, ricorrono i duecento anni dalla nascita, ma pure e soprattutto la “ferita” che il solo atto di leggere comporta.

«Avevo quindici anni, mi trovavo nella casa di campagna dei miei nonni, in provincia di Parma, e, così, senza una ragione precisa, presi in prestito Delitto e Castigo. Lessi alle prime pagine quanto Raskol’nikov si chiede: “Io quanto valgo? Ma io, sono come un insetto o sono come un Napoleone?”. Ebbene, mi feci la stessa domanda e da allora, da quand’ero solo un ragazzino, mi si è appunto aperta una ferita che non si è più rimarginata. Il mio libro, Sanguina ancora, è, pertanto, una risposta a tutto questo», racconta Nori alla folta platea.

Una platea che, nel corso dell’incontro, interagisce, pone interrogativi, espone le proprie idee e legge, persino, gli stralci delle recensioni scritte e scambiate sui gruppi Whatsapp, quelli creati, spontaneamente e per il solo piacere di leggere, dagli affezionati del Sila.

Si passano in rassegna, poi, i “luoghi” di Dostoevskij, gli amori, le opere e tanto altro ancora: il tutto per giungere alla conclusione di come sia attuale ed eterno il suo pensiero. «Sanguina ancora – afferma sempre Paolo Nori – non è un libro destinato esclusivamente agli appassionati dell’autore russo. È pensato e scritto, al contrario, anche per chi di Dostoevskij non ha letto nulla e che, probabilmente, dovrebbe farlo per capire il mondo, per capire se stesso, per riconoscersi. Basti, ad esempio, pensare a quella frase di Memorie del sottosuolo, “Io sono solo, e loro invece sono tutti”, che  – dichiara ancora l’autore – riesce a intercettare i sentimenti che oggi provano i nostri figli, i nostri giovani, le generazioni cosiddette liquide».

E – considerando che il Premio Sila da sempre è attento a porre in essere un proficuo dialogo con gli studenti -, proprio con l’auspicio a che i ragazzi si avvicinino a Dostoevskij e alla letteratura, termina l’appuntamento. «Sarebbe bello se Delitto e Castigo entrasse nelle scuole», chiosa Cestari; e analoghe sono le parole conclusive di Garritano: «La sfida dei nostri tempi è leggere come si leggeva ai tempi di Dostoevskij; quando i ragazzi, in gruppo, si chiedevano: “Che si fa stasera? Beh, si legge Gogol’». 

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«La letteratura? Un viaggio alla scoperta della nostra identità». Mario Desiati presenta Spatriati al pubblico del Premio Sila ‘49Featured

«Gli spatriati sono gli sconnessi, coloro che stanno fuori dalla patria, dove la “patria” non va intesa come l’insieme dei confini di un territorio, la lingua o la nazionalità, bensì come “patria comune”, come tu dovresti essere secondo gli altri; si tratta di persone sradicate, inquiete, non catalogabili e in perenne ricerca della loro identità: tutti nella nostra vita siamo stati o siamo spatriati». Mario Desiati giunge nella sala consiliare di piazza Matteotti e spiega alla platea del Premio Sila ’49 il significato della parola, d’impronta dialettale, che dà il titolo al suo ultimo romanzo.

Un romanzo, Spatriati (Einaudi 2021) per l’appunto, che ha fatto ingresso nella decina del prestigioso riconoscimento, e che dunque l’autore presenta nell’incontro, tenutosi ieri pomeriggio, organizzato in collaborazione al Settembre Rendese.

In conversazione con la giornalista Alessia Principe e con la direttrice del Sila Gemma Cestari, Desiati, classe 1977 e originario di Martina Franca, racconta dei suoi Francesco Veleno e Claudia Fanelli, i protagonisti del volume che si muovono tra la Puglia – bellissima con la sua natura incontaminata, ma pure caratterizzata da «un’anima nera» – e la Berlino, contrassegnata da una vera e propria «vocazione alla giovinezza», alla libertà.

«La storia di Spatriati riguarda la generazione screziata e nostalgica dei quarantenni d’oggi», fanno notare le relatrici. E Desiati conferma: «È la storia di chi cerca il proprio posto nel mondo, ma che ha un legame profondissimo con le pietre, con le radici, con i luoghi da cui proviene. Mi piace pensare, a proposito di Francesco e Claudia, alla differenza tra gli uomini e gli alberi delineata dal libanese Amin Maalouf: l’uomo ha bisogno di strade, l’albero no; le radici ci nutrono, però ci trattengono e quindi è forse più affascinante farsi accompagnare, nel viaggio, da quelle che sono le proprie radici».

A ogni modo Spatriati, come si rileva nel corso della presentazione, a cui partecipano anche il presidente della Fondazione Premio Sila Enzo Paolini e l’assessore alla cultura di Rende Marta Petrusewicz, è un libro nei libri. «Moltissime – affermano ancora Principe e Cestari – le scrittrici e gli scrittori pugliesi che vengono citati e richiamanti all’interno del romanzo». Tra questi a emergere col suo “pensiero meridiano” è, in particolar modo, il compianto Franco Cassano.

«Franco Cassano – spiega Mario Desiati – è morto il giorno in cui dovevo consegnare il libro alla mia casa editrice e, perciò, in questo c’ho visto qualcosa di karmico, anche perché nelle pagine del romanzo lo citavo. E lo cito perché Cassano ci insegna l’importanza della lentezza, ci dice che bisogna fermarsi davanti a un albero e dargli un nome: siamo troppo concentrati su di noi e poco sugli altri. Cambiare sguardo – dice sempre l’autore – è, pertanto, un grande insegnamento; i protagonisti di Spatriati, in particolare Claudia, il pensiero meridiano ce lo hanno dentro».

L’incontro, infine, termina con una serie di domande “personali” poste a Desiati: i libri che lo hanno ispirato nella stesura del romanzo, il significato che attribuisce alla letteratura. «In Spatriati – risponde l’autore – ho reso omaggio a tutte quelle scrittrici pugliesi del Novecento che mi hanno ispirato, da Maria Corti a Rina Durante, passando per Maria Teresa Di Lascia, fino a Maria Marcone. Grazie a loro ho capito – conclude – che le fragilità sono proprio gli strumenti tramite cui abbattere le gabbie che ci rinchiudono o all’interno delle quali ci siamo rinchiusi. Ecco che la letteratura è un viaggio bellissimo alla scoperta della nostra identità ed ecco perché non rinuncerò mai ai libri e mi definirò sempre, anziché scrittore, lettore».

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